Dove si narra di come l'ignoranza di Grillo e dei suoi adepti è la conseguenza della "formidabile" rivoluzione del '68
(di Giorgio Mendicini) 26 ottobre 2018 - E' stato, quello corrente, l'anno del cinquantesimo anniversario del '68 ma, per una sorta di tacito accordo, non se ne è parlato quanto sarebbe stato necessario, almeno in Italia. Invece è proprio lì che, a mio modo di vedere, vanno ricercate le radici di quanto accade in questi nostri tempi difficili. E anche le origini di quel fenomeno nebuloso e sfuggente che noi chiamiamo populismo.
Forse la ragione principale della mancata commemorazione in grande stile, quest'anno, ma soprattutto di un indispensabile - a mio parere - supplemento di analisi del fenomeno '68, va ricercata in un aspetto quasi sempre sottaciuto: in quella "rottura" vi fu, almeno in Italia, una componente fortissima di tipo cattolico, influenzata dalle grandi novità del Concilio. E ciò frena, a quanto mi par di intuire, supplementi di analisi che potrebbero rivelarsi "scomodi" per il mondo cattolico. Ma se vogliamo andare alla sostanza del fenomeno dobbiamo soffermarci su quanto ha scritto nel gennaio di quest'anno, cinquantenario del '68, il direttore de "Il Dubbio" Piero Sansonetti: "Lo 'spirito' originario del ’68 è stato la contestazione delle gerarchie, e dunque del meccanismo essenziale che aveva governato il mondo fino a quel momento, e che regolava il potere, la distribuzione della ricchezza, i rapporti tra uomini e donne, la religione, la famiglia, la scuola, il sapere"
Ed è proprio in relazione all'ultimo punto - il sapere, la cultura - che ho ripescato illuminanti correlazioni tra la "rivoluzione" giovanile di mezzo secolo fa ed i fenomeni di anarcoide ribellismo populista dei nostri giorni. Tenendo però conto che cinquant'anni fa la rivoluzione ebbe una base sociale del tutto diversa dal ribellismo odierno, con differenze di cultura e di comportamenti politico-sociali. Ad ogni modo, in certi parallelismi tra quel passato e questo presente, sono supportato da ciò che scrisse su "L'Espresso" del 3 marzo 1998, in occasione del trentennale Sessantottino, l'autorevolissimo professor Giovanni Sartori: "L'evento ci prese di sorpresa - afferma tra l'altro lo studioso, di recente scomparso - anche perché le rivoluzioni del passato avvenivano per fame (quelle contadine) oppure erano rivoluzioni contro un tiranno. Nel 1968 non c'erano nè fame nè tiranni, così la rivoluzione dei giovani divenne universitaria. Scese anche per strada, è vero. Ma il suo bersaglio concreto era, per la prima volta nella storia, la cultura".
"Ed è un peccato - dice più avanti Sartori nel suo articolo - che la definizione 'rivoluzione culturale' fosse stata accaparrata in Cina da Mao Tse Tung, perché la sua fu solo una spietata purga di stampo staliniano. La vera rivoluzione culturale è stata la nostra, in Occidente. Ed ha prodotto, ahimé, una riuscitissima distruzione culturale". E qui cominciano ad affiorare gli elementi che mi portano a individuare le correlazioni con i nostri giorni. Infatti il professor Sartori, nelle sue conclusioni, scrive tra l'altro: "Passata la vampata iniziale, del '68 è rimasta solo la 'pars destruens', definita in due aspetti, il messaggio anticulturale, ossia il rifiuto della cultura come patrimonio di millenni di sapere, e il messaggio antiélitista". Sartori ricorda poi che Mario Capanna aveva definito "formidabili" gli anni della rivoluzion e studentesca, e aggiunge: "Certo, formidabili per lui e per i molti, troppi, che ne hanno ricavato rendite da rivoluzione. Ma nient'affatto formidabili per chi si aggira oggi tra le rovine della scuola italiana, prodotte dalla cultura dell'anticultura".
Infine, Sartori arriva a una micidiale conclusione che sembra scritta oggi e non vent'anni fa: "E' sempre vero, probabilmente, che in ogni epoca il numero degli stolti è infinito. Ma una cultura dominata da stolti e intrisa di stoltezza antiélitista, è un inedito". E non mi pare di dover aggiungere altro per dimostrare le mie asserzioni iniziali.
Veniamo ora ai due "portatori", quasi del tutto inconsapevoli, del virus rivoluzionario: Casaleggio Gianroberto e Grillo Giuseppe. O meglio, portatori della 'pars destruens' di quel virus: un ceppo degenerato che sconta anche l'innegabile ignoranza di fondo dei due portatori e quindi giunge fino a noi con una potenza distruttrice, verso la nostra civiltà, cento volte superiore. Tra l'altro, va notato che Casaleggio Gianroberto e Grillo Giuseppe anche anagraficamente hanno avuto occasione di assimilare, a modo loro ovviamente, la rivoluzione studentesca: Grillo nel 1968 aveva vent'anni e Casaleggio ne aveva quindici, abbastanza comunque per rimanere imbevuto di quanto stava accadendo sotto i suoi occhi.
Ed ecco la mia testimonianza sul Sessantotto.
Io, che sono nato nel 1943 e il '68 l'ho vissuto dall'interno fin dal primo giorno, ne traggo sinteticamente alcune conclusioni - fra le tante possibili - per quanto riguarda l'oggi e specificatamente il nostro Paese:
1) da allora è stato annientato il principio del merito nel nostro sistema di istruzione, che non è più rifiorito, anzi ha continuato a peggiorare fino ad essere ormai ridotto al punto che ogni singola eccellenza viente intesa come una colpa, che non dovrebbe esistere, perché "danneggia" i più deboli e i più arretrati; in base al principio di Don Milani secondo cui gli ultimi devono raggiungere i primi, con il risultato che non imparano più nulla nè gli ultimi nè i primi e c'è un pauroso livellamento in basso;
2) da allora è stato completamente scardinato il principio di autorità e di gerarchia in ogni ambito della società italiana, tranne che nelle imprese private (e nei corpi militarizzati) dove non poteva saltare totalmente e perciò è stato gradualmente ripristinato; il risultato è una sorta di anarchia latente in ogni angolo dell'Italia, anche a livello istituzionale (Regioni, Comuni, ecc.);
3) da allora, con la distruzione delle gerarchie familiari, il pernicioso vizio collettivo del consumismo più sfrenato (altro che socialismo!) è stato facilitato al massimo grado e ha dilagato in Italia, dato che le decisioni sui consumi sono passate quasi totalmente dalla disponibilità dei genitori a quella dei figli (estremamente manipolabili dalla pubblicità) e perfino a quella dei nascituri, i quali oggi "decidono" cosa va acquistato da parte delle loro madri in base al martellamento pubblicitario;
4) da allora, con la distruzione delle gerarchie familiari e dell'autorità dei genitori (specie del padre), è saltato qualsiasi rapporto educativo tra genitori e figli, con le conseguenze che tutti oggi possono toccare con mano;
5) da allora, con la distruzione delle gerarchie e dell'autorità nella scuola, si è creata una situazione che - unita al disastro educativo nelle famiglie - ha portato alla situazione ingovernabile attuale, totalmente fuori controllo, nel campo dell'educazione. (Giorgio Mendicini)

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