Definire "padri" del Pd i fuoriusciti D'Alema e Bersani è una sciocchezza: perché non sono veri riformisti!
Roma, 12 marzo 2017 - Nel parterre del Lingotto, durante la "tre giorni", si sono aggirate decine di giornalisti italiani e stranieri delle più varie testate e una delle domande frequenti alle donne e agli uomini della cosiddetta base ha riguardato il "tradimento", verso il PD e i suoi militanti, di quelli che gli intervistatori definivano i "padri" scissionisti. Ebbene, io credo che tali definizioni siano del tutto sbagliate e che anzi siano delle sciocchezze belle e buone. Vediamo perché.
Va notato subito che i militanti intervistati - giovani e meno giovani - hanno tutti accettato la definizione di "padri" mentre molti di loro, almeno a parole, hanno escluso esplicitamente il termine "tradimento" ed hanno parlato di scelte politiche divergenti. Ecco, io mi trovo pienamente d'accordo con questi ultimi ma rifiuto la definizione di padri del PD che abbiano tradito il partito, anzi la considero una vera e propria sciocchezza. Che come tale non deve indurre ad alcun rimpianto per la fuoruscita di D'Alema, di Bersani, di Speranza e delle loro sparute truppe, sovrarappresentate in Parlamento rispetto all'effettivo seguito nella base del PD.
D'Alema, Bersani & C. non si possono chiamare - a mio parere - padri del PD perché, pur ammettendo che essi hanno contribuito a fondare il partito, purtuttavia lo hanno fatto e vi sono rimasti, fino a ieri, con una enorme riserva mentale: quella di non abbandonare mai la loro ideologia comunista di partenza. Per quanto riguarda loro, dunque, nel PD non c'è mai stata una vera fusione di culture in senso autenticamente riformista ma solo una partecipazione "con riserva" condizionata dalla loro ideologia comunista. Un'ideologia rigida e di tipo escatologico (ossia con un preciso fine ultimo da raggiungere ad ogni costo) che non solo non può essere giudicata riformista ma che, al contrario, è la vera negazione dell'autentico riformismo.
Faccio un esempio elementare ma significativo. Mettiamo che una certa comunità debba, per il suo bene collettivo, fare una riforma X: i politici non succubi di alcuna ideologia ragioneranno in termini "buono o non buono" per la comunità, mentre i politici succubi di una rigida ideologia (ancor peggio se escatologica), prima ancora di giudicare se quella riforma sia un bene o un male per la collettività, si preoccuperanno di valutare se tale riforma potrebbe confliggere o meno con la loro rigida ideologia e con il suo fine ultimo. E in caso affermativo rigetteranno la riforma X, magari mascherando il proprio rifiuto con motivazioni estemporanee e fasulle per non scoprire il loro tremendo segreto: ossia che stanno andando contro gli interessi della comunità per non andare contro la propria ideologia.
Detto questo, bisogna gridare a gran voce che la perfetta sintesi di ciò che doveva essere, alla nascita, e di ciò che deve essere oggi il PD, viene rappresentata da Matteo Renzi. Un politico di razza, con una formazione cattolica ma certamente laico e perciò tale da non anteporre gli interessi della sua visione culturale o ideologica a quelli della comunità, a quelli del Paese. Un autentico leader riformista, dunque, del livello dei più grandi leader riformisti che l'Italia abbia avuto.
Per quanto riguarda i fuoriusciti dal PD, in conclusione, non solo non è giusto - a mio parere - chiamarli "padri" ma, a voler essere pignoli, non bisognerebbe chiamarli neppure buoni "patrigni", perché invece di aiutare lo sviluppo cultutare e politico del partito, hanno finito solo per ostacolarlo. In ogni caso, i numerosissimi ex comunisti rimasti nel PD stanno dimostrando la loro laicità e libertà culturale, dimostrandosi così degli autentici riformisti al servizio dell'Italia e non al servizio di un'ideologia, che oltretutto ha marcato da decenni il proprio (prevedibilissimo) fallimento. Fallimento che giunge puntualmente per ogni ideologia che si voglia applicare nella realtà, e non solo per quella comunista.
E per concludere voglio fare una breve considerazione su Valter Weltroni, che non era presente al Lingotto. Io non conosco i motivi di questa assenza ma so per certo che Veltroni non è accecato né condizionato da alcuna ideologia, quindi lui come cofondatore del Pd doveva essere presente. Perché, come si è detto, Matteo Renzi rappresenta la perfetta sintesi del PD a vocazione maggioritaria ed autenticamente riformista voluto e immaginato dallo stesso Veltroni. E l'assenza di quest'ultimo al Lingotto non fa che sottolineare il suo enorme errore umano prima che politico, nel non voler ammettere "la" verità. (Giorgio Mendicini)
Va notato subito che i militanti intervistati - giovani e meno giovani - hanno tutti accettato la definizione di "padri" mentre molti di loro, almeno a parole, hanno escluso esplicitamente il termine "tradimento" ed hanno parlato di scelte politiche divergenti. Ecco, io mi trovo pienamente d'accordo con questi ultimi ma rifiuto la definizione di padri del PD che abbiano tradito il partito, anzi la considero una vera e propria sciocchezza. Che come tale non deve indurre ad alcun rimpianto per la fuoruscita di D'Alema, di Bersani, di Speranza e delle loro sparute truppe, sovrarappresentate in Parlamento rispetto all'effettivo seguito nella base del PD.
D'Alema, Bersani & C. non si possono chiamare - a mio parere - padri del PD perché, pur ammettendo che essi hanno contribuito a fondare il partito, purtuttavia lo hanno fatto e vi sono rimasti, fino a ieri, con una enorme riserva mentale: quella di non abbandonare mai la loro ideologia comunista di partenza. Per quanto riguarda loro, dunque, nel PD non c'è mai stata una vera fusione di culture in senso autenticamente riformista ma solo una partecipazione "con riserva" condizionata dalla loro ideologia comunista. Un'ideologia rigida e di tipo escatologico (ossia con un preciso fine ultimo da raggiungere ad ogni costo) che non solo non può essere giudicata riformista ma che, al contrario, è la vera negazione dell'autentico riformismo.
Faccio un esempio elementare ma significativo. Mettiamo che una certa comunità debba, per il suo bene collettivo, fare una riforma X: i politici non succubi di alcuna ideologia ragioneranno in termini "buono o non buono" per la comunità, mentre i politici succubi di una rigida ideologia (ancor peggio se escatologica), prima ancora di giudicare se quella riforma sia un bene o un male per la collettività, si preoccuperanno di valutare se tale riforma potrebbe confliggere o meno con la loro rigida ideologia e con il suo fine ultimo. E in caso affermativo rigetteranno la riforma X, magari mascherando il proprio rifiuto con motivazioni estemporanee e fasulle per non scoprire il loro tremendo segreto: ossia che stanno andando contro gli interessi della comunità per non andare contro la propria ideologia.
Detto questo, bisogna gridare a gran voce che la perfetta sintesi di ciò che doveva essere, alla nascita, e di ciò che deve essere oggi il PD, viene rappresentata da Matteo Renzi. Un politico di razza, con una formazione cattolica ma certamente laico e perciò tale da non anteporre gli interessi della sua visione culturale o ideologica a quelli della comunità, a quelli del Paese. Un autentico leader riformista, dunque, del livello dei più grandi leader riformisti che l'Italia abbia avuto.
Per quanto riguarda i fuoriusciti dal PD, in conclusione, non solo non è giusto - a mio parere - chiamarli "padri" ma, a voler essere pignoli, non bisognerebbe chiamarli neppure buoni "patrigni", perché invece di aiutare lo sviluppo cultutare e politico del partito, hanno finito solo per ostacolarlo. In ogni caso, i numerosissimi ex comunisti rimasti nel PD stanno dimostrando la loro laicità e libertà culturale, dimostrandosi così degli autentici riformisti al servizio dell'Italia e non al servizio di un'ideologia, che oltretutto ha marcato da decenni il proprio (prevedibilissimo) fallimento. Fallimento che giunge puntualmente per ogni ideologia che si voglia applicare nella realtà, e non solo per quella comunista.
E per concludere voglio fare una breve considerazione su Valter Weltroni, che non era presente al Lingotto. Io non conosco i motivi di questa assenza ma so per certo che Veltroni non è accecato né condizionato da alcuna ideologia, quindi lui come cofondatore del Pd doveva essere presente. Perché, come si è detto, Matteo Renzi rappresenta la perfetta sintesi del PD a vocazione maggioritaria ed autenticamente riformista voluto e immaginato dallo stesso Veltroni. E l'assenza di quest'ultimo al Lingotto non fa che sottolineare il suo enorme errore umano prima che politico, nel non voler ammettere "la" verità. (Giorgio Mendicini)

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