Alfredo Reichlin, sofferto testimone dell'insanabile contraddizione fra ideologia comunista e riformismo
Roma, 23 marzo 2017 - La morte ha colto Alfredo Reichlin - intellettuale e politico di razza, uomo-chiave della sinistra - in uno dei momenti più difficili e delicati della storia repubblicana. Ma lui, a quanto pare, non si è fatto cogliere di sorpresa dalla "nera signora" con la falce ed ha lasciato un suo testamento. Ne parleremo dopo aver percorso brevemente la vita di questo uomo-simbolo della sinistra italiana.
Nato a Barletta nel 1925, dopo pochissimi anni si trasferì a Roma con la famiglia. Fu partigiano, partecipando ad azioni armate, e dopo la guerra entrò nella redazione de "L'Unità" diventandone poi direttore nel 1958. Aveva 33 anni. In quel periodo confluì nella corrente del PCI che faceva capo a Pietro Ingrao. Partecipò - entrando anche in rotta di collisione (ma non in contrasto) con Togliatti - alla vita e alla dialettica interna del PCI e poi collaborò a lungo con Enrico Berlinguer. Fu segretario del PCI in Puglia e poi, dal 1978, deputato. Seguì l'intero percorso storico e dal PCI passò al PDS, ai DS e al PD.
Quanto al suo testamento di cui si accennava, si tratta di un articolo apparso qualche giorno fa su "L'Unità" e che riprende, a mio parere, il leitmotiv di tutta la sua elaborazione intellettuale e di tutta la sua azione politica: ossia l'immane sforzo per conciliare le statiche e marmoree radici ideologiche del comunismo italiano con la necessità di modernizzare l'Italia e di dare al Paese un respiro di Nazione all'altezza delle sfide odierne. Sforzo che dimostra l'estrema lucidità e l'acuto senso storico-politico di Reichlin, ma che d'altra parte mette a nudo, secondo me, la pratica impossibilità di raccordare un'ideologia "rigida" e di natura escatologica come quella comunista con una adeguata azione riformista, che richiede al contrario flessibilità culturale, ideale e pratica. Nonché una visione e un approccio autenticamente laici, e non solo ideologici, verso la realtà.
Una contraddizione forse insanabile, questa, che a mio parere si riflette nella vicenda scaturita dal concetto di "Partito della Nazione" e del "tradimento" che, a dire di Rechlin, sarebbe stato perpetrato da Matteo Renzi. In realtà, lo dico subito, a mio parere Renzi non ha tradito un bel nulla ma ha solo programmato di superare con una visione laica e con un'azione politica adeguata la contraddizione fra l'ideologia (statica) e il riformismo (dinamico), come è nel suo stile. Come si ricorderà, Reichlin parlò, con entusiasmo, di Partito della Nazione all'indomani del risultato delle europee del maggio 2014, scrivendo fra l'altro che "il cuore della questione sta nel fatto che la partita, oggi, si deve giocare attorno alla capacità dei sistemi socio-economici di integrare la crescita economica con un nuovo sviluppo sociale e umano". In seguito, purtroppo, la denominazione e la vicenda è stata sfruttata in modo ignobile e strumentale dagli avversari di Matteo Renzi per accusarlo, falsamente, di voler mettere in piedi una nuova Democrazia Cristiana, perno di un sistema basato sull'eterno trasformismo italiano.
Nel suo ultimo articolo, d'altra parte, Reichlin lancia un ennesimo allarme per la sinistra italiana e, nella sostanza, imputa a Renzi l'incapacità di interpretare il concetto reichliniano di Partito della Nazione. Un'accusa ingiusta, a mio parere, che dimostra solamente l'estremo sforzo di Reichlin nel voler ricomporre la contraddizione di cui ho parlato in tutto l'articolo. Ma, sia detto con tutto il rispetto, Rechlin in questo modo non ha fatto altro che rovesciare su Mattero Renzi - forse senza neanche rendersene conto - una contraddizione che non appartiene certo al leader toscano, il quale sta cercando di portare avanti le necessarie riforme senza lasciarsi impaniane nella rete soffocante dell'ideologia.
Dopo aver buttato giù, circa 24 ore fa, questo mio articoletto, ho letto oggi su "La Repubblica" un bellissimo ricordo di Eugenio Scalfari del suo amico Alfredo Reichlin. Mi pare utile riportare un brano di quanto ha critto il fondatore di quel quotidiano: "Capii subito - scrive fra l'altro Scalfari - che Alfredo era un comunista 'sui generis', più di sinistra degli altri ma al tempo stesso democratico e costituzionale. Popolare. Amico del proletariato, ma contrario ad ogni rivoluzione che in nome dell'eguaglianza abbandoni la libertà dei singoli, del loro modo di pensare e di agire. Per lui il comunismo e l'eventuale sua rivoluzione potevano essere necessarie per completare le libertà borghesi con la libertà sostanziale del proletariato. Le libertà borghesi, cioè, erano indispensabili perché fanno competere e vanno scambiate per privilegi, ma dovevano essere comunque appaiate alla libertà proletaria e alla sua forza di accedere al potere. Un potere pieno ma democratico. Una democrazia che inventava la sua struttura iniziale: non erano i pochi che comandavano i molti, ma i molti che attraverso il potere ottenevano le finalità volute a favore del proletario, ma al tempo stesso tutelavano la libertà e la difesa dei propri legittimi interessi particolari, non di classe ma di persona e di famiglia". Ebbene, in queste parole di Scalfari io vedo una sorta di conferma del mio giudizio su Reichlin, anche se il fondatore de "La Repubblica" non arriva a parlare di "contraddizione" come io mi sono permesso di fare.

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