Cacciari, il filosofo confusionario che ha votato un mezzo SI e che si ostina a volersi occupare di politica


Nel maggio 2014 a Bologna (Aula Magna di Santa Lucia) il professor Massimo Cacciari ha ricevuto una laurea ad honorem in Filologia, Letteratura e Tradizione classica, «perché pensatore che cerca il logos in tutta la sua profondità e che sa vedere nella filologia l’amore per il classico come cardine delle nostre inquietudini», come disse il rettore dell’Alma Mater Ivano Dionigi. Dopo il conferimento della laurea, il professor Cacciari, ha tenuto una lectio magistralis sull’etimologia della parola «filosofia». Perfetto, aggiungo io, ma perché il filosofo Cacciari non si dedica a tempo pieno a ciò che sa fare meglio e di politica ne parla a casa, in salotto, o al bar con gli amici?
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       Roma, 28 febbraio 2017 - Massimo Cacciari, oltre che come affermato filosofo e teorico del "pensiero negativo", è noto per il suo fascino personale e dunque per far sognare molte donne, dalle scatenate teen agers alle mature signore. La sua grande popolarità, peraltro, è stata alimentata in passato anche da significative incursioni in politica, mentre quella stessa popolarità oggi viene tenuta in vita dalle sue invettive verso la classe dirigente del Pd, e verso le frattaglie varie della sinistra italiana. Invettive ed elucubrazioni di teoria politica che egli a giorni alterni getta in pasto al popolo dall'alto della tribuna televisiva gestita, con teutonica precisione, dalla patinata Lilli Gruber.
       Ai miei occhi, rimanendo nel campo della politica, egli ha due enormi meriti: aver sostenuto Romano Prodi nell'epopea dell'Ulivo e aver impedito all'ex magistrato Felice Casson di diventare sindaco di Venezia. Una sciagura, questa, che si sarebbe potuta abbattere come un enorme macigno sulla città lagunare, aggiungendosi alle molte difficoltà che l'hanno angustiata e che la angustiano tuttora. Un altro merito di Cacciari, se così può essere definito, è quello di aver scoperto - sia pure "a babbo morto", ossia subito dopo le elezioni politiche del 2013 - che l'allora gruppo dirigente del Pd era formato da "teste di cazzo" e che tutti avevano grandemente sbagliato "a non appoggiare Matteo Renzi, commettendo così un grave errore" (intervista a "Il Fatto quotidiano" del 26 febbraio 2013). In quella occasione, inoltre, il filosofo veneziano tenne a precisare che le colpe non erano di Pierluigi Bersani ma "di tutti quelli che gli stanno attorno".
       Dopo questa intemerata, contro i vecchi dirigenti del PD bersaniano, la lucidità di Cacciari - a mio parere - è andata gradualmente e inesorabilmente spegnendosi. I suoi interventi televisivi, nel corso dell'avventura renziana al governo, sono apparsi via via più confusi, contraddittori e addirittura "cerchiobottisti". Come se l'arguto e affascinante filosofo, nel rispondere alle precise domande della Gruber, non volesse alienarsi il favore di una parte del pubblico ed evitasse, con preciso calcolo, di parlare schiettamente e apertamente a favore del premier Renzi. Negli annali del cerchiobottismo, io credo, rimarranno in ogni caso i suoi interventi e le sue posizioni sul referendum costituzionale: molto simili a quelle poi messe nero su bianco, in zona Cesarini, da colui che in alcuni momenti mi appare come un grande riformista pentito, ossia Romano Prodi. Con un SI talmente "spremuto" e sofferto da sembrare il magro prodotto di una persistente stitichezza.
      Ricordo perfettamente, infatti, da buon spettatore di "Otto e mezzo" il fastidio che provavo ascoltando Massimo Cacciari e aspettando che egli prendesse finalmente una posizione chiara, sul referendum. Niente da fare: il contorto SI giungeva solo dopo interminabili discorsi annaffiati da congiuntivi d'annata e conditi da proposizioni subordinate, incisi, parentesi, espressioni ellittiche, allusioni, metafore. Come dire a Renzi "non posso non votare SI ma i tuoi errori sono così grossi e numerosi che sarà il popolo a fartela pagare...". (Giorgio Mendicini)

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